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Sito della Prof.ssa Angelucci
Noi e Loro (riscritto) - 17 dicembre 2017 PDF

Post interlocutorio: con livello di scientificità quasi nullo.

Che atteggiamento hanno, verso la scuola e verso il sapere, gli studenti di oggi?

Articolato. Alcuni sono motivati dall’aspetto socializzante. Altri dai riconoscimenti esterni (di genitori e insegnanti). Pochi, mi pare, dalla sete di sapere. Anche su questi aspetti Hattie compie un'analisi illuminante. Ma oggi vorrei riflettere a braccio su alcuni questioni che normalmente restano implicite e che ostacolano gli insegnanti, anche quelli appassionati e consapevoli, nel loro lavoro.

Questioni che Hattie non prende in considerazione. Forse perché troppo giovani e non ancora frutto di ricerche sistematiche.

Vorrei riflettere su quali differenze sostanziali ritengo ci siano tra i nostri studenti e gli studenti che eravamo noi, oggi insegnanti. D’ora innanzi in questo post, quindi, con NOI intenderò coloro che erano studenti una trentina di anni fa e con LORO, gli studenti di oggi. E, parlando di scuola, mi riferirò alla secondaria di secondo grado. Specialmente a quella del non obbligo.

Come siamo cresciuti Noi lo sappiamo quindi, per non dilungarmi troppo, proverò a tratteggiare le caratteristiche che riscontro in Loro. Almeno nei miei Loro: studenti di Liceo Scientifico di un liceo di quartiere, in un quartiere vicino al centro di Roma, figli di professionisti e commercianti. Mediamente.

Baricco si occupò della mutazione da Noi a Loro in un saggio interessante (fuori catalogo): I barbari che ho recensito qui

In questo post riprenderò solo alcuni aspetti con i quali mi confronto ogni giorno, a scuola.

Loro nascono in un'epoca completamente differente e vivono un'infanzia completamente differente dalla nostra. Fino a che punto questa realtà condiziona le loro modalità di apprendimento? Credo molto poco: i processi di funzinamento del cervello cambiano a una velocità molto ma molto inferiore a quella dell'ambiente esterno.

Per un racconto chiaro e articolato, su questi processi, rimando alle pagine di Demenza Digitale, di Spitzer.

Molto cambiati invece sono gli atteggiamenti verso la scuola, lo studio e il sapere. 

Come Noi, sono stati bambini curiosi. E quindi capaci di concentrarsi sulle attività che li attraevano.

Se hanno avuto adulti intorno che non hanno impoverito queste naturali curiosità e capacità di concentrazione (per esempio mettendo loro in mano uno smartphone a 4 anni anni o impedendo loro di rivedere lo stesso film per 20 volte o impedendo loro di rotolarsi nel fango o di giocare con gli altri bambini) e se non hanno incontrato insegnanti terribili, oggi sono ragazzi curiosi.

Ma, come loro stessi raccontano, ovunque si trovino sono bersagliati da input (input incoerenti e velocissimi) e, anche a causa di questo bersagliamento, arrivano a scuola molto meno disposti ad ascoltare di quanto fossimo Noi.

Il bersagliamento di input ha diversi effetti collaterali. Il primo è la riduzione della concentrazione. E non è un danno da poco...

Segue poi l'illusione di sapere. Che è anch'essa un ostacolo all'apprendimento. Perché non un cretino diceva: "So solo una cosa: di non sapere".

Loro sembrano avere, mediamente, un’intelligenza relazionale molto più sviluppata della nostra: riescono a capire i tratti salienti dei compagni e degli insegnanti abbastanza velocemente (ma prendono toppe clamorose quando incontrano persone fuori più complesse della media).

Alcuni sono esperti nel loro ramo: sportivi, smanettoni del PC, musicisti, fotografi, ecc.

Ma di quasi tutti gli ambiti della conoscenza tradizionale non sanno nulla, come non sapevamo nulla Noi. E non hanno le idee abbastanza chiare su quanto questa conoscenza tradizionale sia importante qualsiasi strada si voglia prendere (non in senso utilitaristico, ma alfine di quello che credo dovrebbe essere lo scopo di tutti: vivere la vita al meglio. E come farlo con un cervello atrofizzato?).

A differenza di Noi, non si mettono facilmente in ascolto. Oltre ai motivi già addotti, anche a causa della considerazione sociale dell’insegnante, certo. Anche a causa del loro esasperato, ed esasperante, pragmatismo: “ma questo a che me serve pressore’?” [riferibile a quasi tutto! Avoja a spiegare loro, per esempio, che l’estrema concretezza della matematica sta nel suo essere astratta…].

A differenza di Noi, molti non vengono a scuola con la voglia di sapere cosa l’Umanità abbia prodotto, di meraviglioso o terribile, prima della loro nascita. Rimangono anzi un po’ stupefatti di fronte alla questione che John Dewey  esprime così bene:  “Tutto quel che la società ha compiuto per sé stessa è posto, mediante l’istruzione, a disposizione dei suoi membri futuri”.

La maggioranza di Loro viene a scuola  perché costretta dai genitori, in primis, e poi perché forse il venire a scuola servirà per trovare questo ente metafisico che è il lavoro (con qualche dubbio che deriva dal bombardamento mediatico – e non solo – che vuole la scuola inutile, in realtà, a questo scopo).

La maggioranza di loro non dà per scontato che quello che Dante, Michelangelo, Newton, Darwin, Kant, Shakespeare, ecc... hanno prodotto sia ORO. E che debbano starci a sentire perché siamo coloro che possono mettere a loro disposizione quell’oro.

Non lo danno per scontato loro e quindi non possiamo darlo per scontato neanche noi: per cominciare realmente a insegnare, quindi, dobbiamo fare qualche operazione preliminare: dobbiamo accendere i nostri studenti e accendere noi stessi e poi sintonizzarci su un canale comune.

Non è un'operazione banale. La buona notizia è che è possibile.

 

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