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Sito della Prof.ssa Angelucci
Proviamo a cambiare prospettiva - 11/11/2017 PDF

“Non chiederti cosa il tuo paese può fare per te, chiediti cosa puoi fare tu per il tuo paese” diceva colui che dà il nome alla scuola in cui lavoro.

Potremmo adattarlo, in relazione al rapporto di insegnamento-apprendimento e alle domande che sollevavo nei post precedenti, così: "Mentre provi a capire perché diamine i tuoi studenti, mediamente, remano contro, prova anche a capire cosa puoi fare per convincerli a remare con te!".

In questo senso va il libro che sto (lentamente) leggendo: Hattie, Apprendimento visibile – Insegnamento efficace, Erickson. Libro nella cui esistenza speravo da anni, e che ho trovato grazie a questo post dell'ottimo sito: genitoricrescono.

In questo libro viene raccontato l’esito di una ricerca durata 15-20 anni inerente gli effetti sull’apprendimento delle diverse pratiche esistenti nelle scuole del mondo (utilizzando dati provenienti da oltre 900 meta analisi e 50.000 studi effettuati su oltre 240 milioni di studenti).

Non ho ancora capito come Hattie ha calcolato questi effetti (effect size è il termine tecnico che utilizza) ma quello che racconta mi corrisponde talmente che sono propensa a credergli.

E quello che racconta è che la vera differenza, nel migliorare gli apprendimenti degli studenti, la fa la forma mentis dell’insegnante: il suo atteggiamento verso gli studenti, quello che pretende da loro, il modo che ha di rapportarsi a loro, il suo modo di comunicare, il modo in cui prepara le lezioni, il modo in cui cerca e legge i riscontri provenienti dai ragazzi, la pasione con cui comunica, ecc.

Piccola divagazione: da anni sostengo che non possiamo, in Italia, sperare che il riconoscimento del nostro ruolo venga dall’esterno. E’ palese che dall’esterno non verrà. E se quindi non vogliamo soccombere (e, con noi, la speranza di un popolo) dobbiamo riconoscerci da soli e tra di noi.

Ora, drammaticamente Hattie insiste sull’importanza del fatto che gli insegnanti lavorino assieme: preparino le attività, si confrontino sulle differenti modalità didattiche, stabiliscano gli obbiettivi, ecc.

Dico drammaticamente sia riferendomi all’insistenza dell’autore su questo aspetto, sia pensando a quanto sia difficile per i docenti italiani di scuola superiore lavorare assieme. Stabilire un obiettivo e remare assieme verso questo obiettivo.

Siamo animali feriti e braccati, noi insegnanti italiani. Fiaccati da sempre nuovi distrattori: nuovi incarichi, nuove responsabilità, nuove sòle (fregature, per i non romani).

Pensiamo all’ultima diavoleria della formazione obbligatoria (già ritirata perché costerebbe tre miliardi di euro...). Offensiva per i docenti efficienti (che, per definizione, si aggiornano già), inutile per i cialtroni nullafacenti (strettissima minoranza ma molto agguerrita e strombazzata dai media). 

E, come animali feriti e braccati, tendiamo all’isolamento. Diventando così più deboli e tristi. E meno efficaci in quello che è il nostro scopo primario: l'apprendimento dei ragazzi.

Capisco il fatto che molti colleghi rifuggano da qualsiasi minaccia di lavoro suppletivo. E mi rendo conto che è controintuitivo il fatto che lavorare assieme richiede una fatica maggiore solo all’inizio ma che, a lungo andare, semplifichi e migliori la qualità della vita lavorativa.

Soprattutto non perdo di vista l’obiettivo del mio lavoro: le ragazze e i ragazzi. E anche tutti i miei colleghi mediamente sani di mente ci tengono ai ragazzi. Salvo poi, però, non essere disponibili a negoziare su quanto sia veramente efficace per loro, se questo minaccia di scalfire il loro status quo.

Fin qui sono stata un po' fumosa e dispersiva, lo so. Ma cosa Hattie ha rilevato (o ritiene) essere realmente efficace per l'apprendimento degli studenti ve lo racconterò, con ordine, nei prossimi post.

Nella mia personale chiave di lettura, ovviamente.

 

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