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Sito della Prof.ssa Angelucci
La scuola deve porre al centro... PDF

...che cosa? chi? Gli studenti (e le loro famiglie)? I docenti e la loro professionalità? Conoscenze e competenze degli studenti? Qualcos'altro? [Mi riferisco alla secondaria di secondo grado].

Credo che al centro vada posta la necessità che i ragazzi acquisiscano ciò che in quest'ottimo articolo viene chiamata "organizzazione mentale" [in buona sostanza: padronanza della lingua, capacità di astrazione e di ragionamento, manipolazione di simboli astratti, memorizzazione].

Per raggiungere questo scopo, gli insegnanti dovrebbero proporre agli studenti attività significative, che motivino gli studenti e rendano sensate le materie che insegnano; gli studenti dovrebbero partecipare a queste attività in classe, rielaborarle poi a casa per poi condividere con compagni e insegnanti il loro lavoro di rielaborazione; i genitori dovrebbero fare da mediatori tra ragazzi e insegnanti (con attenzione al benessere vero dei loro ragazzi, che consiste nel lavorare per acquisire quell'organizzazione mentale di cui sopra e non nel vedersi la strada spianata da qualsiasi ostacolo); i dirigenti scolastici dovrebbero mediare tra tutte le compagini in gioco in modo che collaborino costruttivamente, mantenendo ciascuno il proprio ruolo. 

Tutto ciò comporta fatica da ciascuna delle parti. Fatica intellettiva, fisica ed emotiva: non esiste nessuna attività umana interessante che non comporti fatica, del resto. E tutto ciò funziona (cioè porta all'acquisizione da parte dei ragazzi della benedetta organizzazione mentale) solo se tutte le parti collaborano serenamente e con rispetto l'una dell'altra.

La serenità non andrebbe smarrita anche, anzi sopratutto, in caso di errore. Anche questo inevitabile, se si lavora a qualcosa di interessante. Può sbagliare l'insegnante - nel dosare le quantità di conoscenze, competenze o abilità richieste; nell'investimento emotivo; nel linguaggio, ecc; può sbagliare lo studente - studiando poco o male, nel rapportarsi all'insegnante o ai compagni, ecc; può sbagliare il genitore - in qualità o quantità di affiancamento al proprio figlio, nelle comunicazioni con l'insegnante, ecc; può sbagliare il dirigente - generalmente accordando troppo o troppo poco "spago" a uno degli attori in gioco.

E' un equilibrio delicato (e solo chi lavora dentro la scuola sa realmente quanto). E perché questo equilibrio non si rompa, è necessario sopratutto restare umani. Io credo sia giustissimo segnalare un errore. Chiunque ci sembra che sbagli gli si fa un favore segnalandogli che, forse, sta sbagliando: tutti imparano capendo cosa possono migliorare e come. E' importante il modo, però. E' importante la misura. E' importante restare all'interno dei rapporti e dei ruoli.

Al di là del singolo errore, infatti, se l'equilibrio si rompe, chi ci rimettono sono i ragazzi. Non nell'immediato magari, ma sulla lunga o sulla lunghissima distanza. Riprendendo una parte dell'articolo citato: "c'è chi quasi certamente ce la farà, perché la scuola e l’università hanno strutturato la sua mente, e c’è chi (salvo il caso in cui abbia una famiglia potente alle spalle), avrà una vita lavorativa difficile, perché la scuola e l’università hanno preferito rilasciargli un titolo senza occuparsi seriamente della sua mente".

Tutto ciò premesso credo che noi insegnanti dobbiamo ripeterci (ogni volta che è necessario) che il nostro è un lavoro di grande responsabilità. Mollare o anche rinunciare in parte a prenderci questa responsabilità ha conseguenze gravissime: quelle riportate nell'articolo. D'altra parte, se anche ci prendiamo questa responsabilità, sappiamo che questo non salva i ragazzi dai rischi paventati da Ricolfi, ché molti altri fattori contribuiscono, oltre a noi.

Credo che noi dobbiamo fare, al meglio che possiamo, la nostra parte. Con serenità ma anche determinazione. Avere contezza dei nostri limiti infatti non ci "autorizza" a mollare, a giocare al giochino dello scaricabarile. Come anche non ci autorizzano i tanti, e ben congegnati, tentativi che provengono dall'esterno di sminuirci, svilirci, ecc. Da tempo abbiamo capito, credo, che non possiamo aspettarci riconoscimenti dall'esterno: siamo noi a doverceli dare. Anche aiutandoci tra noi. Credo molto, anzi, in quello che noi insegnanti possiamo fare per aiutarci fra noi.

 

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